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“Pietro de Laurentiis non è stato un
generico “docente” presso la facoltà di architettura, nè tantomeno un “artista”
prestato alla didattica, ma un vero insegnante di discipline direttamente
orientate alla formazione dell’architetto.
Questa è l’immagine di se stesso che De Laurentiis ama di più ed è anche la più
vera, nonché la più ignorata e forse la più falsificata.
In una scuola dove più volte nella storia l’architettura è andata stringendosi
intorno a modelli esclusivi o a mode tanto tassative quanto aleatorie, dove
hanno dominato figure carismatiche vessillifere ora di questo, ora di quel modo
di progettare, dove la composizione è parsa spesso pratica riservata ai
possessori di un marchio depositato, e dove parole pericolose come Arte,
Sensibilità e Gusto sono state di consueto esorcizzate dietro paraventi di
ironia o di sufficienza dai molti detentori delle verità rivelate, un uomo come
De Laurentiis non poteva avere vita facile.
Non poteva, infatti, essere dentro a nessun movimento, a nessuna corrente
artistica, a nessun gruppo omogeneo di pensiero, per essere troppo attento alla
ricerca di forme non effimere, di significati duraturi, di segni stabili, più
stabili di quelli determinati dagli ondeggia- menti culturali di incerte
avanguardie.
Quarant’anni di
rapporto con gli studenti nella costruzione paziente degli stilemi del
linguaggio architettonico gli hanno offerto la materia più autentica per la
verifica del proprio pensiero. E i punti del suo linguaggio non sono ermetici né
difficili da esprimersi.”
(Roberto De Rubertis)
Nota Autobiografica
Nel 1947 entrai
a far parte del corpo docente della Facoltà di Architettura dell’Università di
Roma, nella cattedra di “Plastica Ornamentale”. Disciplina questa di estremo
interesse per la formazione culturale e visiva dell’architetto, ma che in quel
periodo presenta va grosse carenze sul piano didattico ed operativo.
Il programma tradizionale prevedeva nelle prove didattiche, la realizzazione di
formelle rettangolari con scene figurative in creta e in argilla, materie queste
fra le più eccitanti per la loro duttilità e vivacità espressiva immediata;
estremamente gradevoli alla sensibilità dei polpastrelli.
La mancanza di una codificazione degli elementi sintattici, lessicali e
morfologici nel campo specifico, rendeva però marginale l’interesse al corso
delle nuove leve di studenti, nei quali peraltro era evidente la voglia di
manualizzare le proprie immagini architettoniche in elaborati grafici e
plastici.
Mi resi conto, quindi, della necessità immediata di intraprendere una ricerca
sistematica di nuovo materiale, specificamente nel campo dell’applicazione
formale, ed iniziai una ricerca grafica che avrei proseguito nell’intero arco
della mia docenza.
La galassia del disegno restava un mondo largamente inesplorato, sebbene la
cultura rinascimentale da Pisanello in poi avesse indagato profondamente in
questo universo ora tutto da riscoprire e da decifrare. Sarebbe stato
impensabile addentrarsi in questa nuova galassia, senza essersi prima dati
adeguati strumenti di rilevamento ed un codice di catalogazione del materiale
raccolto.
Le esperienze che andavo acquisendo nei campo artistico e professionale,
collimavano con le esigenze didattiche, in quanto la base comune della ricerca
consisteva nel dare un significato
specifico ai singoli segni, ognuno dei quali
costituiva la base di progettazione delle proprie immagini.
Colsi quindi la differenza tra un tipo di segno generico e casuale e il segno
come elemento progettuale, che definii successivamente “tracciato grafico”.
Il tracciato grafico, come conduttore del linguaggio formale, è strumento
essenziale nello studio e nella progettazione visiva, come lo è il vocabolo per
la scrittura.
Ma come il vocabolo viene utilizzato ed adattato nelle varie trascrizioni
formali o generi letterari (poesia, saggio, prosa ecc.) allo stesso modo il
tracciato grafico deve essere adeguato alle varie espressioni delle arti visive
(pittura, scultura, architettura ecc.).
Nelle sue stesure il tracciato scultoreo mostra continue variazioni di spessore
e di densità, dovute al continuo variare della forma e dell’espressività delle
superfici plastiche e per la diversificata compattezza dei materiali scultorei:
metallo, marmo, legno ecc..
Diversamente il tracciato pittorico oltre alle variazioni formali ed alla minor
compattezza chiaroscurale, mostra in sè la leggerezza tipica della vaporosità e
della trasparenza cromatica.
Caratteristica principale del tracciato architettonico è l’omogeneità del segno
che mantiene invariata la sua stesura, sia nello spessore che nella densità
espressiva; esso mantiene le sue caratteristiche sia steso in modo rettilineo
che curvilineo, orizzontale, verticale o inclinato, in tutti i modi in cui si
rappresenta un’immagine architettonica. Esso deve evolversi dal segno generico,
deve depurarsi dalle scorie amorfe ed insignificanti ed assumere chiarezza e
precisione; nella sua pura traccia deve essere già contenuto il linguaggio
dell’opera in progettazione.
Questi assunti si riflettono nella manualità intesa non come capacità innata, ma
come applicazione assidua degli assunti stessi; applicazione che non può essere
meccanica o casuale, ma che deve esprimere nel segno, il linguaggio, lo stile,
la carica poetica di chi lo traccia. Manualità quindi intesa come capacità di
trasferire in un manufatto idee, principi e sensibilità.
Il tracciato architettonico si carica così del proprio linguaggio
immediatamente, nell’istante in cui si stende sul supporto, si anima e si fa
conduttore di messaggi architettonici. Disponendolo poi in schemi geometrici o
nelle forme che più soddisfino le istanze dell’estensore, si otterrà un
elaborato con fisionomia prevalentemente architettonica; il disegno non sarà più
una semplice sfera, ma un’architettura di forma sferica, così come non sarà un
cubo od un cilindro ma un’architettura di forma cubica o cilindrica.
Le esercitazioni grafiche comportano inizialmente, un’elaborazione delle
superfici grafiche mediante una serie di spazi figurati a
forma di fasce differenziate.
La “fascia grafica” è uno spazio bidimensionale definito lateralmente da due
tracciati su due rette parallele, riempito con tratti grafici fitti ed omogenei
o di puntinato, a creare un campo della rappresentazione architettonica.
Alla fase iniziale dei tracciati e delle fasce differenziate rettilinee, fanno
seguito esercitazioni su tracciati e fasce curvilinei, la cui disposizione
genera quasi automaticamente, internamente alle curve, un campo che chiameremo
spazio architettonico fruibile; si ingenera quindi un rapporto tra vuoto e pieno
come tra interno ed esterno. A questo punto emerge più esplicitamente l’immagine
architettonica dell’elaborato, anche se lo stesso non ha ancora assunto
l’aspetto funzionale di costruzione architettonica.
Successivamente si passa alla progettazione di maglie e tessuti grafici. Per
“maglia grafica” s’intende una serie di motivi geometrici variati e collegati
tra loro in rapporto modulare a formare delle maglie, che possono essere
utilizzati entro gli spazi architettonici del progetto, interno ed esterno, alto
e basso, a completamento delle rifiniture delle superfici a vista o per una
indicazione decorativa delle pareti e delle pavimentazioni.
Per “tessuto grafico” s’intende invece, la disposizione orizzontale, verticale e
diagonale di gruppi o di singoli tracciati disposti secondo lo schema della
trama e dell’ordito, come avviene in un tessuto convenzionale.
Alla ricerca di maglie e tessuti grafici fa seguito lo studio di “strutture
grafiche” semplici e complesse, nelle quali si sommano tutte le esperienze sin
qui maturate, unificandole in un unico contesto. Gli elaborati di strutture
grafiche pongono in evidenza l’uso precipuo delle fasce grafiche quali strutture
portanti degli spartiti. Gli spazi che in essi si ricavano sono marcati da
motivi a maglie ed a tessuti grafici posti in piani successivi, tanto da dare
all’immagine un senso di tridimensionalità.
Un elemento singolare, ma strettamente collegato alle sperimentazioni grafiche è
costituito dalla “ricerca cromatica” connessa alla progettazione architettonica.
L’uso del colore in tal caso, disposto entro campi cromatici definiti, va inteso
non come rappresentazione pittorica all’interno del contesto progettuale, nè
come fatto a se stante, bensì come campo o spazio cromatico che ponga in
evidenza gli orditi e le trame architettoniche, esaltando semmai le
caratteristiche peculiari dei materiali da impiegare nell’ambito della
realizzazione architettonica.
Altro tema di primaria importanza è costituito dall'analisi grafica di un opera
architettonica”, analisi volta ad individuare in primo luogo le strutture visive
che definiscono il carattere essenziale dell’opera stessa.
L’analisi grafica presuppone in primo luogo l’utilizzo degli elementi acquisiti,
quindi la capacità di scomporre un’opera architettonica in settori ben definiti,
per ricomporla poi in un’operazione grafica totale, dove anche le parti minime
(come singole note musicali in una complessa concertazione), vengono individuate
e riproposte entro le parti generali del contesto.
Anche nella lettura strettamente tecnologica del progetto, la traccia grafica
deve avere un suo proprio carattere ed un suo linguaggio, così come nelle
connessioni fra due pietre o fra due mattoni si rivela uno stile ben definito.
Nell’applicazione della ricerca al “disegno automatico” vigono le regole e le
norme già enunciate. Da precisare che mentre nel metodo manuale il rapporto tra
estensore, strumento grafico e supporto è strettamente diretto, nel disegno
automatico la macchina svolge una funzione simile a quella dello scalpello
pneumatico per la lavorazione del marmo e delle pietre, il quale è solo
d’ausilio alla forza fisica. E’ uno strumento complesso che richiede perciò una
doppia attenzione ed un doppio impegno da parte del conduttore.
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